Nel 1745 il teatrino privato di Palazzo Malvezzi era stato distrutto da un incendio e il teatro pubblico di Bologna detto “della Sala” sito nel Palazzo del Podestà dell’attuale piazza Maggiore, necessitava di urgenti restauri. Dunque a quelle date la città aveva urgenza di costruire un nuovo edificio; soltanto però nel gennaio 1756 il Senato bolognese decretò di affidare l’esecuzione di un progetto per un nuovo teatro.
Fu scelto il celebre ingegnere teatrale Antonio Galli Bibiena che già nel 1754 aveva offerto la propria candidatura al Senato che però non la tenne in considerazione se non due anni più tardi quando questi divenne membro dell’Accademia Clementina per i suoi alti meriti di scenografo e architetto.
Probabilmente fu lo stesso Antonio Bibiena che propose al Senato di edificare il nuovo teatro nella strada San Donato (attuale via Zamboni) dove un tempo sorgeva il favoleggiato Palazzo dei Bentivoglio che tre secoli prima aveva ospitato una delle più raffinate corti d’Europa. Nell’area prospiciente l’attuale piazza Verdi, occupata dai resti del Palazzo e dai suoi celebri giardini, distrutti ‘a furor di popolo’ nel 1507 quando la famiglia fu cacciata dalla città, furono gettate le nuove fondamenta nella primavera del 1756.
Antonio Bibiena aveva assunto la direzione dei lavori coadiuvato dal capomastro Michelangelo Galletti. Si stavano innalzando i muri perimetrali quando Bibiena “contestò al Galletti la sicurezza d’impianto” (Bergamini 1981,p. 3). La questione non era da poco e al Bibiena fu chiesto di esporre e motivare le ragioni della sua opposizione perentoria. Ritardandosi i lavori senza riuscire a trovare una soluzione, gli Assunti di Camera risolsero allora di chiedere a Bibiena di costruire un modello dell’alzato e della pianta affinché fossero sottoposti al giudizio pubblico dei cittadini.
I cittadini più autorevoli si videro coinvolti personalmente e si scatenò una feroce e vivacissima polemica. Intervennero contro il Bibiena i maggiori architetti bolognesi quali Dotti, Torreggiani e scienziati come Gabriello Manfredi e Eustachio Zanotti. E’ stato osservato che “le controversie erano [dovute] in parte a inimicizie e gelosie personali, ma erano anche di natura eminentemente ideale e legate al diffondersi delle idee illuministiche che cozzavano contro la progettazione del Bibiena, portatore della consolidata tradizione barocca della sua illustre famiglia”. (Teatri storici…1982, p. 207)
La temperatura delle polemiche è data dalla testimonianza dello scrittore veneziano Francesco Algarotti che ha lasciato un saggio a stampa sul quale contesta tutte le scelte progettuali del Bibiena tra cui soprattutto: la scelta di costruire la cavea in muratura (perché resistente al fuoco), anziché in legno e il disegno della pianta a forma di campana. In sua difesa Bibiena portò la sua esperienza generazionale “contrapponendo all’accigliata teoria dei suoi predecessori i vantaggi di un sano pragmatismo. (cit., p.207).
Bibiena si vide costretto a modificare il progetto originale, non ultime le ragioni economiche che non permisero di realizzare la stessa ricchezza di ornato dell’originale ligneo che ancora oggi si conserva nel foyer centrale del teatro. Voleva richiamare con il bugnato rustico nel primo ordine di palchi, i più consolidati principi architettonici degli esterni di dimore private, voleva realizzare una pianta a forma di campana più accentuata che sarebbe terminata su un boccascena molto aggettante, decorato con colonne corinzie e statue che pareva volesse ricordare i balconi esterni su una via cittadina. Il soffitto della platea doveva raffigurare un finto cielo.
L’elaborazione del progetto attuale dovette risultare molto laboriosa infatti sono conservate, pubblicate a stampa, altre elaborazioni “intermedie” e più vicine al risultato finale. Ridotto il boccascena, i palchi furono differenziati in solo due tipologie, la curvatura a campana molto meno accentuata. Inoltre nei primi progetti si nota che il piano nobile della facciata doveva essere decorato da eleganti finestre coronate da un timpano e separate da lesene. Solo il portico fu mantenuto nella realizzazione finale, pensato per assicurare una continuazione all’andamento paratattico delle strade cittadine coperte.
“La pietra usata da Antonio Galli Bibiena per l’interno del teatro dovette alla fine essere modificata perché troppo riverberante” (Forsyth 1987, p. 13). Un tempo infatti per conservare la pienezza sonora della musica orchestrale le sale da musica venivano ricoperte con un grosso spessore di intonaco fono-riflettente.
L’inaugurazione del teatro, il cui progetto era stato finanziato dal Senato bolognese e dal Vaticano, avvenne il 14 maggio 1763 con l’opera inedita Il Trionfo di Clelia su libretto di Pietro Metastasio e musicata da Gluck con l’allestimento realizzato dallo stesso Bibiena ma affrettato e ridotto all’essenziale. Nonostante la mancata realizzazione di innumerevoli parti dell’edificio e di locali di servizio, il Teatro Comunale può considerarsi la realizzazione teatrale più importante di Antonio Bibiena anche se per molti anni dopo l’apertura rappresentò quasi esclusivamente spettacoli di prosa e veglioni di carnevale.
In occasione dell’inaugurazione del nuovo Teatro Corso nel 1805, si volle rilanciare l’immagine del Teatro Comunale rinnovando le ormai vetuste tecnologie. Il macchinista Ferrari costruì un argano per l’innalzamento della platea da usarsi per ampliare lo spazio del palcoscenico in occasione di feste, ancora oggi in perfetto funzionamento se le tubature dell’impianto antincendio non ne impedissero il movimento.
Nel 1818-1820 l’architetto comunale Giuseppe Tubertini operò il primo importante restauro. “Fu ricostruita la volta perimetrale della platea, dipinta ad ornato da Mauro Beri che finse, seguendo il Bibiena, una soluzione architettonica nella quale però, con mutata concezione, il figurinista Pietro Fancelli dipinse le allegorie di Musica, Poesia, Pittura e Storia. Si soppresse la cornice che correva alla sommità della sala e della trabeazione del boccascena; l’articolazione delle superfici venne anche mitigata dalla rettifica dell’andamento dei parapetti dei palchi, come delle sottostanti cornici di sostegno, mutate anche le forme delle mensole e degli ornati relativi negli archivolti dei palchi stessi che ebbero i balaustrini a fusto svasato con collarino di fogliame”. (Bergamini 1981, p.11).
Nel boccascena dei pilastri corinzi sormontati da architravi, presero il posto delle colonne bibienesche. La struttura a pareti curve di raccordo tra la platea e il boccascena fu eliminata come due nicchie con le statue della Musica e della Poesia di Antonio Schiassi. Circa trent’anni dopo nel 1853-1854, Carlo Parmeggiani aggiunse nel boccascena quattro mensoloni a lacunari, furono attuate alcune modifiche alle mensole del terzo ordine di palchi e al cornicione del loggione. La volta della platea fu ridipinta da Giuseppe Badiali e Antonio Muzzi.
“All’ornamento plastico, ancora esistente, participarono con perizia artigianale Antonio Tognetti, Giuseppe Pacchioni, Vincenzo Testoni, Agostino Viallet. La verniciatura lucida con bianco di zinco si intendeva confacente all’addobbo di bandinelle, tende, cuscini e carte di Francia nei palchi. Con l’oro predominava il rosso.” (cit., p.11). Fu realizzato anche un nuovo sipario dal pittore Napoleone Angiolini che vi raffigurò l’Apoteosi di Felsina “in puro stile gandolfiano” (Teatri storici…1982, p. 88). Se ne conserva il bozzetto presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna. Nel 1861 fu rifatta la facciata posteriore del teatro da Coriolano Monti.
Nello stesso anno Luigi Samoggia con Luigi Busi ridipinsero nuovamente il soffitto della platea con una decorazione in sintonia con le porte degli Atri, i chiaroscuri e i lampadari che furono disegnati in stile pseudo-settecentesco perché si adattassero allo stile generale del teatro. Un grave incendio distrusse nel 1931 il palcoscenico e il sipario di Angiolini. L’anno successivo, Armando Villa ricostruì l’attuale palcoscenico.
Finally in 1935-1936 the architect Umberto Ricci completed the façade, which had always remained unfinished, in its current form. On June 23, 1980, the theater was declared unusable and closed to the public due to the wood, especially under the floor of the gallery, the fourth and fifth tiers, being severely damaged by woodworms.
The overlapping of not always exemplary restorations (the added structures had created instability in some boxes) and the acoustics of the hall were two issues that made the restoration work complex. At the suggestion of Cesare Gnudi, the Board of Directors of the Teatro Comunale appointed a commission for the restoration work capable of evaluating and guiding the technicians’ work. The commission was composed of Giorgio Festi, Angelo Cavalli, Pier Luigi Cervellati, Andrea Emiliani, Cesare Gnudi, Camilla Malvasia, Ezio Raimondi. The work proceeded at a very intense pace to prevent the theater from remaining closed longer than expected.
The year following the inauguration, the most important work that did not require closing the building was completed. The floors were consolidated, the vault of the hall and the attic were restored, the roof was redone, the floors and plaster were repaired, and safety systems in compliance with the law were installed. The wooden structures were treated against infestations, most of the paintings and decorations were restored, and finally, the conditions of the services were improved. On December 5, 1981, the curtain rose again with a performance of Giuseppe Verdi‘s Aida. The theater is an autonomous entity and produces about eighty performances a year and is equipped, in addition to normal services, with a historical archive, a library, a modern room for choristers, and one for orchestra rehearsals. (Caterina Spada)

