Sindrome da rientro, gli italiani soffrono meno

Il Centro Collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Medicina del Turismo sta conducendo da due anni uno studio sulla “sindrome da rientro” sulla base della destinazione, del tipo di viaggio, dell’età, del sesso, del tipo di lavoro dei viaggiatori e di altre variabili.

Il Centro Collaboratore dell’Organizzazione Mondiale della Sanità per la Medicina del Turismo sta conducendo da due anni uno studio sulla “sindrome da rientro” sulla base della destinazione, del tipo di viaggio, dell’età, del sesso, del tipo di lavoro dei viaggiatori e di altre variabili. Dai primi dati sembra che gli italiani che ne soffrano siano in calo probabilmente per il fatto che si è accorciata la durata delle ferie e che si scelgono con meno frequenza destinazioni esotiche o queste stanno diventando familiari ai turisti nostrani. La “sindrome da rientro”, da noi così definita nel 1988, è quel complesso di sintomi di natura ansioso-depressiva che può colpire al ritorno da un viaggio: stanchezza, astenia, sudorazione, irritabilità, paura di essere inadeguati ai compiti più semplici, disturbi del sonno, paura del futuro. Questo stato di disagio è entro certi limiti “fisiologico”, dato che il periodo di ripresa delle abitudini di vita rappresenta un momento di transizione, di riadattamento al nuovo ed ogni situazione nuova comporta uno sforzo da parte del nostro cervello, la cui caratteristica principale è la plasticità, che varia negli individui secondo la consueta curva gaussiana, a campana, andando da Leonardo da Vinci alle persone meno dotate.
La “sindrome da rientro” può essere accentuata:
1. dalla frustrazione e dalla delusione derivate dal non aver raggiunto appieno gli obiettivi del viaggio: divertimento, riposo, salute, cultura, ecc. Solitamente infatti la gente le vacanze di aspettative superiori a quanto dovrebbe.
2. dalla difficoltà di adattamento che la vacanza stessa aveva comportato e dalla fatica ad essa connessa,
3. dalle lunghe code, dallo stress della guida e dall’inquinamento legato al traffico in un paese come l’Italia dove le ferie sono ancora concentrate nel mese di agosto. La Sindrome da rientro dura solitamente qualche giorno ma può perdurare per oltre un mese a seconda della durata del periodo del viaggio.
Solitamente più è lunga la vacanza, più è diversa rispetto alle normali attività, maggiore è lo sforzo per recuperare l’efficienza lavorativa, la forma psico-fisica che ci consentiva di avere successo nella professione svolta. La vacanza, come tempo connesso al risposo ed allo svago, provoca un allontanamento dagli schemi mentali abituali che ci consentivano di organizzare la giornata lavorativa e di risolvere i problemi della vita quotidiana. Ne consegue che si può verificare un quadro di Wash Out che può essere fortemente ansiogeno. Si dimenticano progetti, appuntamenti, numeri telefonici, schemi mentali, in breve si teme di perdere ciò che si aveva, con conseguenze sul piano economico, professionale, affettivo. Si teme di non essere più ciò che si era prima delle vacanze. Era stato il nostro cervello che per consentirci il riposo aveva cancellato il superfluo e talora anche più.
Per gestire correttamente la sindrome da rientro occorre:
1. sapere che ì sintomi ansiosi che proviamo sono probabilmente sindrome da rientro ed accettarli, senza assecondarli alimentandoli con pensieri negativi,
2. darsi tempo per recuperare la forma e l’efficienza psico-fisica e non sovraccaricarsi di lavoro nei primi giorni di lavoro.
3. concedersi le necessarie ore di riposo notturno,
4. concentrarsi su pensieri positivi circa le opportunità che i prossimi mesi ci offriranno.

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