Pubblicità profilata, a rischio il remarketing per problemi di privacy

Remarketing
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A chi non è capitato di vedere degli annunci pubblicitari display che mostravano ciò che hai appena letto o osservato su un sito qualche minuto prima? Il fenomeno, sempre più diffuso negli ultimi tempi, si chiama remarketing ma anche rebranding e behavioral targeting (targeting comportamentale).

La novità dell’ultima ora è che la Federal Trade Commission americana ha chiesto di regolamentare il “mercato” e Microsoft si è già adeguata. Il nuovo browser Internet Explorer 9 prevede la tracking protetion che di fatto disabilita software e cookie spioni.

Remarketing
Emblematico quello che accade nel settore degli hotel. Se ti è capitato di consultare un sito di booking online, prenotazione alberghiera, comparazione prezzi, ecco spuntare la pubblicità a tema che, guarda caso, ti mostra proprio uno degli hotel che hai appena visualizzato o prenotato. Quello che stupisce, almeno le prime volte, è che la pubblicità non si trova sul sito di prenotazione hotel bensì su un altro sito che nulla ha a che vedere con il mondo delle strutture ricettive.

Google AdSense e il remarketing
Anche Google AdSense (un numero cospicuo di siti in tutto il mondo utilizza questo tipo di pubblicità sui proprio siti, in forma testuale o display) permette il remarketing (il fenomeno appena descritto) e molte società del settore pubblicitario online si stanno organizzando in tal senso. Ed ecco che accade quello che molti avevano pensato potesse sopraggiungere. Perché questa forma così profilata di pubblicità possa avere successo ha bisogno di conoscere le abitudini dell’utente online. Solitamente per capire cosa fa un utente è sufficiente utilizzare dei cookie o dei piccoli software capaci di regalare una mole di informazioni con buona pace della privacy.

Violazione della privacy
E’ inutile nasconderlo. Vedersi inseguire da un paio di scarpe appena visionate su uno negozio online anche su un sito di informazione, dà qualche fastidio ma soprattutto fa conoscere anche al vicino di scrivania (o al superiore) ciò che si è appena fatto sul proprio  PC. L’imbarazzo potrebbe aumentare nella visita o prenotazione di un hotel in una data località. E se da una parte ci sono utenti infastiditi, utenti distratti e utenti amanti del click, dall’altra parte, i venditori della pubblicità online, invece, esultano. Con il rebranding è possibile mostrare ciò che l’utente desidera senza sprecare banner che mostrano prodotti e servizi indesiderati. Una pubblicità di questo tipo che punta tutto sulla profilazione dell’utente/cliente porta i tassi di conversione a percentuali molto più elevate . Tra qualche mese, però, la situazione potrebbe conoscere la parola fine e il marketing dovrà inventarsi altri strumenti che, sono certa, avranno come comune denominatore il comportamento dell’utente. Social docet.

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