Le feluche messinesi

Nino Donato è un bravo capobarca. É anche l'armatore di "Peppe", una delle ultime otto feluche siciliane che ancora oggi solcano le acque dello Stretto di Messina alla ricerca di grossi pesci da fiocinare.

La feluca di Nino © Massimo VicinanzaLa feluca di Nino © Massimo Vicinanza

La barca è poco più lunga di 15 metri ed è stata completamente rifatta dieci anni fa, secondo le antiche tecniche della costruzione in legno. La feluca ha una lunga passerella a prora da dove il fiocinatore cattura le sue prede e un’alta antenna centrale sulla cui cima trovano posto il timoniere e le vedette. Le due strutture di ferro sono di 25 e di 28 metri, e le sostiene uno spettacolare groviglio di cavi d’acciaio lungo quasi un chilometro e mezzo.
Da aprile a settembre ogni mattina, quando la città è ancora insonnolita, l’equipaggio di “Peppe” si incontra sulla piccola spiaggia di Ganzirri, a pochi chilometri da Messina. La tiepida brezza lascia sperare in un’altro giorno di buon tempo e se il mare è calmo fra poco inizierà una nuova giornata di pesca, anzi di caccia al pesce spada..

I sei pescatori salgono a bordo di un barchino a remi che scivola silenziosamente nel minuscolo porticciolo di Ganzirri per trasportarli dalla spiaggia alla feluca ormeggiata lì, all’ancora. Il silenzio dell’alba viene interrotto solo da qualche breve frase degli uomini, detta forse per alleggerire la tensione che li accompagnerà per tutta la giornata di lavoro.
Appena saliti a bordo ognuno si dedica alle proprie mansioni, e con azioni rapide e precise l’equipaggio appronta l’armamento per l’ imminente battuta di pesca. Le sagole delle fiocine stivate sottocoperta vengono sistemate sulla prora per essere poi distese a festoni ai lati della lunga passerella, e le aste degli arpioni si armano con diversi tipi di punta. Per i pescatori la preda favorita è il pesce spada ma se capitano grossi tonni o aguglie imperiali, bisogna esser pronti ad usare fiocine di varia forma e con una o più punte.

Il motorista lascia riscaldare i 400 cavalli vapore dei due potenti motori e controlla che tutto funzioni a dovere. Intanto qualcun altro prepara il caffè alla maniera di bordo, con lo zucchero montato a neve che dà alla bevanda una densa e gustosa schiuma. Dopo aver bevuto il caffè e dopo un rapido segno della croce fatto con la mano il capobarca e le due vedette vanno sulla coffa, a 28 metri di altezza, per dare inizio alla caccia. Gli uomini si arrampicano con agilità e con estrema sicurezza fin sulla cima dell’altissima struttura da dove è possibile perlustrare il mare per un raggio di oltre cento metri. A mezzogiorno poi, quando il sole è a picco sull’acqua, il loro occhio allenato riesce a distinguere facilmente la scura sagoma di pesci che nuotano anche a dieci metri di profondità. Da quassù il capobarca ha il controllo del timone e dei motori e governa le serpeggiate di “Peppe” nel mare dello Stretto, impartendo al suo equipaggio, giù in coperta, gli ordini necessari per la cattura delle prede avvistate.

Si mollano gli ormeggi e la feluca si dirige verso la sua zona di pesca. La fase della luna è al primo quarto e probabilmente la giornata sarà pescosa.
Nino ci spiega che questa è la migliore condizione per la pesca. I pesci spada di profondità, quelli più grossi, entrano nello stretto sfruttando la corrente montante o scendente, che durante il primo e l’ultimo quarto di luna può superare i 4 nodi velocità. Nelle ore di stanca e con il mare così caldo probabilmente i pesci verranno in superficie per accoppiarsi o per mangiare e diventeranno la “facile” preda dei fiocinatori.

Nino lavora all’Università di Messina, collabora con il WWF per il censimento delle tartarughe marine e organizza anche delle escursioni naturalistiche a bordo della sua feluca. Ma da sempre è un pescatore, e in tutti questi anni di lavoro sul mare ha sviluppato l’intuito e l’abilità necessari per diventare un bravo capobarca. A bordo è lui il regista, e dall’ alto della coffa insieme alle altre due vedette osserva con grande attenzione tutto il mare circostante. In lontananza, nel taglio di corrente alcuni spruzzi attirano lo sguardo dei tre uomini e poi un salto improvviso mette in mostra la sagoma di un bell’esemplare di xiphias gladius, meglio noto come “pesce spada”. Sono appena le 7 e mezza e la caccia è già iniziata. Il grosso pesce si è reimmerso e Nino deve immediatamente intuire la sua direzione per anticiparla. Intanto con un grido mette in allarme il fiocinatore che sta di vedetta sulla passerella e l’equipaggio in coperta. E con i motori avanti tutta lancia “Peppe” a più di 15 nodi di velocità, verso la preda, che invece ne può raggiungere 100!

La prora si impenna e la punta della lunga passerella si solleva paurosamente. E con lei il fiocinatore che è lì di vedetta. L’uomo ha pochissimo tempo per agire: deve capire la grandezza e il tipo di pesce, scegliere e impugnare l’arpione giusto, in questo caso quello a due punte, ed essere pronto al tiro. Improvvisamente il timoniere ferma i motori, per restare in silenzio e in attesa. Con un altro avvistamento, questa volta in profondità ma molto più vicino alla barca si intravede il pesce che peserà almeno 150 chili. La feluca riparte per avvicinarsi di più e seguendo una spirale sempre più stretta gira fino a quando l’estremità della passerella non arriva vicinissima alla preda. Dopo alcuni minuti la manovra dà i suoi frutti e il fiocinatore si ritrova esattamente sul pesce. Senza esitazioni e con un sol colpo conficca l’arpione nel dorso del grande pesce spada. Ha inizio la battaglia tra il grosso pesce che cerca disperatamente di liberarsi da quella punta che lo ha quasi trapassato e i pescatori che non devono perderlo. Il pesce si immerge e poi salta, poi si reimmerge e poi salta ancora cercando di liberarsi dall’arpione mentre da bordo i marinai lo controllano a fatica e lavorano di braccia con la lunga sagola che trattiene la fiocina. Per stancarlo recuperano e filano diverse decine di metri di cima, in una lotta dall’esito imprevedibile. Dopo molti sforzi i pescatori hanno la meglio, e il pesce sfinito viene finalmente caricato a bordo.

 

Messina vista dall'alto ©Stefano BarillàMessina vista dall'alto ©Stefano Barillà

La giornata promette bene, e l’equipaggio si ritiene già soddisfatto perché la vendita di questo pesce pagherà la spesa per il gasolio e per il vitto. E c’è persino una paga da dividersi. I marinai sanno bene che se non si pesca nulla non c’è guadagno per nessuno, e allora la pesca continua, sperando che continui anche la buona sorte.
Nino decide di allontanarsi dalla zona di posta assegnatagli per quel giorno. Per regolamentare questo tipo di pesca il mare fra Messina e Torre Faro è stato diviso in 9 zone di posta. Ogni giorno le otto feluche messinesi pescano nella zona successiva, per tornare dopo nove giorni in quella di partenza. Una antica legge di questo mare dice che se una barca pesca in una zona non sua dovrà restituire il pesce a chi ne aveva diritto. Quando invece ci si allontana a oltre cinquecento metri dalla costa la feluca viene considerata “errante” e può pescare liberamente, in un mare che è di tutti. Qualcuno decide di restare nello Stretto, qualcun altro dirige a nord, verso le Isole Eolie o a sud verso Catania, a caccia di quei pesci che non sono ancora entrati nel Canale. Due buoni periodi per essere “erranti” sono il mese di giugno, quando i pesci spada migrano dal mar Tirreno verso lo Ionio, e durante il mese di agosto quando invece risalgono.

Oggi Nino decide di superare il limite dei cinquecento metri e di restare nello Stretto. Spera di catturare un pesce che “guardi fuori”. Ci racconta che se i pesci con l’occhio sinistro “guardano a terra”, vuol dire che sfioreranno la soglia della costa siciliana mentre se “guardano fuori” costeggeranno le coste della Calabria mettendo in allerta le cinque feluche calabresi che pattugliano la zona di mare che va da Scilla a Palmi. Ora lui è nel mezzo dello Stretto, dove chiunque può fare una buona caccia.

Dopo alcune ore di zig-zag fra le rotte delle navi da carico, dei traghetti e delle barche a vela finalmente c’è un avvistamento. Poco lontano dall’imbarcazione un grosso spruzzo d’acqua fa sobbalzare tutti, ma dopo aver manovrato per avvicinarsi alla preda i pescatori si accorgono che il pesce avvistato è una manta gigante, senza alcun valore commerciale. Quindi rinunciano alla sua cattura e riprendono il pattugliamento. Nino spera sempre di incontrare un tonno come quelli che vedeva quando era bambino. Erano tonni enormi, ci racconta, che potevano pesare anche 300 chili. Oggi purtroppo la pesca con le “tonnare volanti” sta distruggendo tutto il patrimonio ittico del basso Tirreno, mettendo in serio pericolo la sopravvivenza di pesci tipicamente mediterranei come il tonno. Con piccoli aerei da turismo vengono individuati i branchi dei tonni che salgono in superficie per accoppiarsi e per deporre le uova. I piloti poi comunicano la posizione ai pescherecci d’alto mare che subito vanno lì con le loro lunghe reti e circondano il branco. In mezzo ci capita di tutto, e oltre ai 2000-3000 tonni di qualsiasi dimensione vengono pescate anche le uova dei pesci, le tartarughe, i delfini e molte altre speci protette. Il risultato di questa pesca sciagurata è che il peso medio del tunnus thynnus, il tonno rosso, diminuisce di circa 15 chili l’anno, e nello stretto di Messina da qualche tempo non ne arrivano più perché muoiono prima. Il tonno è insomma una razza in via di estinzione.

A pomeriggio inoltrato, sulla via del ritorno con un buon colpo d’occhio si avvista a mezz’acqua un’aguglia imperiale di circa 50 chili. Nino arresta i motori e allerta l’equipaggio. Poi lentamente manovra per mettere la punta della passerella nella giusta posizione e nel frattempo il fiocinatore prepara l’arpione a sette punte necessario per questo pesce. Con un colpo preciso cattura l’ aguglia sottile e lunga almeno un metro e mezzo, che tramortita non oppone resistenza alla sua cattura. L’equipaggio è di ottimo umore perchè da due giorni non pescavano nulla a causa della pioggia e del mare torbido, mentre oggi per fortuna è andata bene.
È quasi sera e la giornata di lavoro è terminata. “Peppe” e il suo equipaggio allegramente dirigono verso il piccolo approdo di Ganzirri, e se non domani non pioverà l’appuntamento è per la stessa ora e sulla stessa spiaggia.

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