Algeria, la valle incantata del M’Zab

Li chiamano diglat nur, i "datteri della luce". Vengono coltivati nell'immenso palmeto di Ghardaïa e sono fra i datteri più buoni di tutto il Maghreb. Una ricetta che le famiglie Ibadite gelosamente custodiscono fa del diglat nur l'ingrediente principale di uno straordinario couscous che viene offerto solo agli ospiti di riguardo. L'ospitalità è sacra, nella fertile valle del M'Zab. Ma per i suoi abitanti, gli Ibaditi, anche la salvaguardia della propria cultura, l'integrità morale e soprattutto religiosa sono sacre. Il M'Zab è una realtà a sé.

Qui si vive un integralismo rigoroso, nel rispetto della tradizione e per salvaguardare la propria identità, da tempo consolidata. Tuttavia il rapporto con il mondo esterno è leale e incondizionato. Gli Ibaditi sono gente fiera, sicura di sé, intellettualmente solida, che non teme gli inquinamenti culturali. L’antica influenza mediorientale li ha resi poi grandi commercianti, aperti allo scambio e al confronto col mondo, mentre il rigore religioso, la saggezza e un fortissimo senso per la privacy li salvaguarda da qualsiasi “contaminazione” esterna.

Una valle amata da le Corbusier e protetta dall’Unesco
Uomini di cultura e bravissimi architetti, gli Ibaditi, oggi più noti come Mozabiti, hanno trasformato nel corso dei secoli le aride colline che nascondono l’oued M’Zab in uno straordinario microcosmo. La struttura delle loro città ha affascinato urbanisti e architetti di fama mondiale come Le Corbusier o Ricardo Bofill e la Città Santa della valle del M’Zab, Beni Isguen, è stata inserita nel patrimonio mondiale protetto dall’Unesco.
La valle si trova a 700 chilometri circa a sud di Algeri, in un territorio aspro ed ostile, ma al riparo dalle antiche persecuzioni. Sulle colline ci sono ora 5 oasi, costruite nell’arco di questi ultimi mille anni. La prima ad essere edificata fu El Atteuf, la “Tournant” che risale al lontano 1013. Ghardaïa poi fu fondata nel 1053 dal cheikh Sidi Bou-Gdemma ed è l’ attuale capitale amministrativa, e Melika, la “Regina”, era l’antica Città Santa che perse la sua funzione religiosa dopo la costruzione, nel 1347, di Beni Isguen. Bou Nura, la “Luminosa” è del 1046.
Tutte e cinque le oasi hanno una funzione sociale ben definita, sono tutte fortificate, e ognuna ha la sua moschea e il suo minareto, dal quale ogni giorno, per 5 volte al giorno, il muezzin leva il suo canto religioso. Ognuna ha invece una propria economia: la lavorazione della ceramica e del cuoio, l’allevamento, ma soprattutto il commercio.

“Machine à habiter” e crocevia del Grande Sud
In questi ultimi decenni i mercanti mozabiti hanno creato una fittissima rete commerciale e sono presenti in tutto il territorio algerino. Ghardaïa poi si trova sulla direttrice per il Niger e per il Mali, ed è un fondamentale crocevia del deserto: è il punto privilegiato di interscambio fra le popolazioni nomadi e i commercianti del Maghreb, oltre ad essere la stazione di partenza per il Grande Sud. La piazza del mercato di Ghardaïa, si anima e si colora ogni giorno di tappeti e di spezie, di tessuti e di animali, di oggetti di artigianato e poi, in ottobre, ci sono i datteri.
Ma il mercato, un’area destinata alla compravendita di prodotti, è anche un luogo di scambi culturali, quindi una potenziale minaccia alla propria integrità morale e spirituale. Gli abili architetti mozabiti hanno quindi strutturato le loro città guardando alla salvaguardia della loro cultura, della loro casta, confinando nella parte bassa della collina gli spazi destinati ai commercianti. In cima invece c’è la moschea con il suo minareto, una specie di torre di avvistamento e di guardia, adibito spesso a deposito di grano. Poi le abitazioni dei notabili e più giù, verso la valle, le abitazioni dei professionisti, seguendo un andamento a terrazza con stradine strette e corridoi tali da far fronte agli oltre 55° estivi.
L’elegante semplicità delle forme e dei decori delle case, con proporzioni e misure indipendenti dal benessere economico o dalla posizione sociale, è in sintonia con i principi di uguaglianza dei mozabiti; anche i materiali per la costruzione sono uguali per tutti: legno di palma, pietra, gesso, calce e sabbia.
Ogni città poi è protetta da muri di cinta e da torri di guardia. E’ possibile visitarle tutte liberamente, tranne a Beni Isguen, la Città Santa con una grande piazza triangolare e con tutte le stradine che convergono verso la moschea, dove per gli stranieri è obbligatorio prendere una guida ed è vietato fare fotografie. La struttura delle città della valle del M’Zab coincide con l’idea che Le Corbusier aveva dell’architettura urbana: una “machine à habiter”, senza accademismi, a misura d’uomo, in cui tutta la città diventa una grande abitazione.

Giardini incantati e uomini-ape
La “pentapolis” mozabita ha poi un’unico, enorme, immenso palmeto: 1.000.000 di palme da dattero, irrigate grazie ad una sofisticata struttura che gestisce le acque del fiume sotterraneo. Si tratta di un capillare sistema di dighe, di sbarramenti, di gallerie e di ripartitori che canalizzano, smistano e dosano l’acqua, facendo sì che in tutti i giardini ne arrivi la giusta quantità. E’ un sistema idrico che ha quasi 900 anni ed è composto da 7000 pozzi artesiani che vanno a pescare l’acqua fino a 80 metri di profondità direttamente nella falda freatica dell’antico oued.
Il palmeto è un giardino incantato in cui si ritrovano ritmi dimenticati, dolcemente immersi nel fresco e silenzioso verde degli alberi e avvolti dal profumo dei gelsomini e delle rose, dei datteri e dei fiori d’ arancio. Una vera oasi nell’ oasi. Un posto magico in cui l’uomo mozabita ha un compito speciale. E’ lui che impollina i fiori delle palme femmina: si arrampica su ogni albero, uno dopo l’altro, e feconda a mano i fiori senza affidarsi al vento. E prima di ogni impollinazione c’è una preghiera propiziatoria, una specie di rito nunziale che sposare le due palme.

Il candore degli haïk, delle moschee e dell’anima
La spiritualità è molto forte nel M’Zab. Qui l’integralismo non è una forma esasperata di religione. Sembra piuttosto di essere in un grande monastero dove ognuno cerca di guadagnare il proprio posto in paradiso. Oltre a quelle in vetta alle città ci sono moschee un po’ ovunque. Non hanno il minareto e all’interno non c’è nessun decoro che possa distrarre dalla meditazione e dalla preghiera. Le moschee sono semplici, bianche, con gli archi tutti diseguali ottenuti dai tronchi di palma piegati, un piano seminterrato con più stanze e un’area di preghiera all’esterno o sul tetto. In ogni stanza ci sono delle piccole nicchie e c’è un mihrâb, un’ abside rivolta verso La Mecca da dove l’Imam dirige la preghiera. Si dice che Le Corbusier per costruire la cappella di Ronchamp si sia ispirato alla semplicità e alla bellezza della moschea di Sidi Brahim, alle porte di El Ateuf.

Ritmi dimenticati
Nel M’Zab il tempo è scandito dalle preghiere e dall’altezza del sole sull’orizzonte. Ognuno ha diritto al suo tempo. Le donne camminano con una naturale leggerezza avvolte nei loro candidi haïk. Hanno un solo occhio scoperto, il sinistro, quello del cuore, e vanno verso il cimitero ad onorare i loro cari, o per offrire del cibo a qualche cheikh sepolto nel suo monumento tombale come vuole un’antica usanza pre-islamica.
Gli uomini sono impegnati in accese trattative commerciali. I “notabili” invece, fieri ed austeri nei loro eleganti bùrnùs o con le bianche gandura discutono pacatamente di affari e di politica. Mentre decine di bambini corrono e giocano entrando e uscendo dalle fresche viuzze. I vecchi saggi che sono seduti in piazza o nei pressi del minareto guardano e commentano la vita che scorre, tranquillamente, in attesa.

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